12 settembre 2021

Gagliano Giuseppe Il volto oscuro dello Stato. Il caso di Andreotti e di Marcello dell’Utri

Il dispositivo della sentenza della Corte di appello (poche righe) viene letto in pubblica udienza, presenti quindi giudici, pubblici ministeri, segretari, cancellieri, avvocati, giornalisti e pubblico. Forte e alta, nel silenzio di tutti, risuona la parola “commesso” (fino alla primavera 1980) riferita al reato di associazione a delinquere con Cosa nostra. Tutti in quell’aula l’hanno chiaramente udita. Ma pochissimi–allora e in seguito–l’hanno “accettata”. A partire dall’avvocato Giulia Bongiorno, allora difensore di Andreotti, in seguito, come noto, ministro nel primo governo (quello “giallo-verde”) della XVIII legislatura. E così, subito dopo aver ascoltato il dispositivo, eccola esibirsi–in favore di telecamere–in un triplice urlo: “Assolto! Assolto! Assolto!”, in collegamento telefonico col suo cliente. Era l’avvio di una spregiudicata campagna innocentista che ha ingannato la stragrande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale le sentenze sono emesse. Un macigno sulle spalle dell’imputato è stato sminuzzato, se non dissolto, a colpi di manipolazioni e insulti al buon senso. Perché la formula “assolto per aver commesso il reato” non esiste in natura. È un ossimoro da capogiro. abbia avuto da ridire, in occasione del centesimo anniversario della nascita di Andreotti, con una solenne cerimonia patrocinata dal Senato, svoltasi alla presenza della compiaciuta presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati (gennaio 2019). Andreotti è stato poi commemorato anche nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles, officiante Pier Ferdinando Casini (marzo 2019). Rifiutando anche solo di riflettere su come attivare gli anticorpi perché non si riproduca il malvezzo di una politica che abbia rapporti organici col malaffare, mafia compresa. L’omicidio Mattarella ci riporta al processo Andreotti. Del dispositivo che parla di reato “commesso” fino alla primavera 1980 già abbiamo detto. Ma vogliamo aggiungere due paginette–due sole delle circa 1.500 complessive–della motivazione della sentenza della Corte di appello di Palermo (definitivamente confermata in Cassazione), dove si esplicita come sia “concretamente ravvisabile” a carico dell’imputato “il reato di partecipazione alla associazione per delinquere”, per avere, “non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [Cosa nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo”, dando “segni autentici–e non meramente fittizi–di amichevole disponibilità, [...] inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale” . Le prove del reato “commesso” sono sicure e riscontrate. Confermano decisivi elementi dell’impianto accusatorio e in particolare due incontri in Sicilia del senatore (accompagnato da Salvo Lima “e dai cugini Antonino e Ignazio Salvo) con Stefano Bontate e altri mafiosi di rango, come Salvatore (Totuccio) Inzerillo. Ricordiamo che Bontate era al vertice di Cosa nostra negli anni ’70; insieme a Luciano Leggio e Gaetano Badalamenti fece poi parte del “triumvirato” incaricato di riorganizzare l’associazione criminale. Era tra coloro che fecero entrare Cosa nostra nel business del traffico internazionale di droga. Fu ucciso nel 1981 da due sicari agli ordini di Riina. Inzerillo, invece, era parente del mafioso Rosario Spatola e cugino del boss Carlo Gambino, capo dell’omonima famiglia mafiosa di Brooklyn. Ancora giovanissimo, fu affiliato nella famiglia palermitana di Passo di Rigano, di cui divenne capo nel 1978, venendo nominato anche capo-mandamento. Inzerillo instaurò ottimi rapporti personali e d’affari con Bontate, con cui gestì un ingente traffico di eroina verso gli Stati Uniti, in collegamento con i cugini Gambino. Come è del tutto evidente, i mafiosi incontrati da Andreotti non erano di certo figure secondarie. Nei due incontri si discusse di fatti criminali gravissimi relativi a Piersanti Mattarella: il primo doveva servire a risolvere “amichevolmente” la questione; nel secondo Andreotti volle chiedere conto dell’omicidio e ricevette da Bontate una risposta sprezzante. La sentenza sottolinea che l’imputato avrebbe potuto offrire (in dipendenza dei due incontri) utilissimi elementi di conoscenza in ordine all’omicidio Mattarella, ma non ha mai denunziato le responsabilità dei mafiosi.La vicenda prova anche come il piombo mafioso giunga solo alla fine di trattative fallite. In questo caso, la soluzione cruenta adottata sortisce l’obiettivo politico di un ricambio: al posto del “problematico” Mattarella, alla presidenza della regione siciliana sale l’onorevole Mario D’Acquisto, altro componente di vertice della “corrente andreottiana. Come si vede, Bontate vince, ma gli andreottiani non perdono.Il poli-partito della mafia Oltre al verdetto di colpevolezza per collusione con Cosa nostra fino al 1980, un altro macigno emergente dal processo che pesa sulle spalle dell’imputato Andreotti (fin dalla sentenza “assolutoria” di primo grado) è l’esistenza del cosiddetto “poli-partito della mafia”, con cui Carlo Alberto Dalla Chiesa–in un colloquio con Giovanni Spadolini in occasione della sua nomina a prefetto di Palermo (6 aprile 1982)–indicava la compenetrazione illecita fra Cosa nostra e alcuni settori “legali” operanti sul piano politico-amministrativo-imprenditoriale. Andreotti era dentro il “poli-partito”. Chi fossero i suoi componenti e come interagire con loro Andreotti lo sapeva benissimo, e il processo lo conferma punto per punto, con riferimento ai cugini Salvo, a Vito Ciancimino, a Michele Sindona, a Salvo Lima, e in generale ai rapporti della corrente andreottiana della Democrazia cristiana in Sicilia con Cosa nostra. Il processo ha così fatto emergere un ingente ammontare di informazioni sulla “criminalità dei potenti”, cioè sulle modalità nascoste con cui alcuni segmenti della classe dirigente hanno gestito il potere nel corso di decenni. Ha affrontato–e cercato di decifrare–i nodi del cosiddetto patto di scambio politico-mafioso, che comprende le relazioni pericolose tra mafia-imprenditoria-economia-finanza-affari (con particolare attenzione all’aggiustamento dei processi). La posta in gioco nel processo Andreotti era dunque enorme, soprattutto per le ricadute, oltre che sui diretti protagonisti delle vicende processuali, sull’immagine (e sugli interessi non sempre confessabili) della politica italiana. Per meglio inquadrare tale lettura in parallelo, ricordiamo che nel processo a Dell’Utri è stato contestato il reato di concorso esterno in associazione per delinquere (fino al 28 settembre 1982), e quindi il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (dal 29 settembre 1982 in poi). Con sentenza definitiva (9 maggio 2014) l’imputato è stato condannato a sette anni di reclusione per i fatti commessi nel periodo 1974-92. Dal processo risulta che Dell’Utri–nell’ambito di una più generale politica di “scambio di favori” tra Cosa nostra ed esponenti del mondo economico e politico–era stato un canale di collegamento con l’organizzazione criminale, mediante contatti diretti e personali con vari esponenti di spicco di Cosa nostra (fra gli altri Stefano Bontate). Verso la metà degli anni ’70 aveva intrapreso un’attività di “mediazione” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi (denaro in cambio della garanzia che la mafia si sarebbe astenuta da atti lesivi nei confronti suoi e dei propri familiari). A suggello di questo accordo, Dell’Utri si era adoperato per far assumere Vittorio Mangano–” uomo d’onore” della famiglia di Porta Nuova–come “stalliere” presso la villa di Arcore di Berlusconi, peraltro sprovvista di stalla o scuderia. Negli anni ’80 la “mediazione” di Dell’Utri collegò Cosa nostra e la Fininvest, fornendo all’azienda milanese “protezione” per le antenne televisive che dovevano essere installate in Sicilia. All’inizio degli anni ’90 è provata un’altra “mediazione” di Dell’Utri per risolvere i “problemi” sorti dopo alcuni attentati della mafia catanese contro un magazzino della Standa di Catania. In generale, Dell’Utri offriva a Cosa nostra l’opportunità di entrare in contatto con importanti ambienti della politica, dell’economia, della finanza e della massoneria: con evidenti vantaggi relazionali per i boss e i loro affari illeciti. Dell’Utri ha così contribuito a innescare un circuito che avrà il suo sbocco nella “nuova” mafia, quella che si nasconde dietro consigli di amministrazione, holding, fondi internazionali e società di consulenza. Oltre che, more solito, dietro il paravento formale di una parte della politica e delle istituzioni. Gli stretti collegamenti intrattenuti da Dell’Utri con la mafia, finalizzati a rapporti di scambio con Silvio Berlusconi, sarebbero cessati nel periodo successivo alla “discesa in campo” di questi. Vale a dire che non avevano più riguardato il Berlusconi politico. Peraltro, nel processo si afferma che Cosa nostra divenne nel 1994 una convinta e compatta sostenitrice di Forza Italia: “può dunque ritenersi che tra la fine del 1993 ed i primi mesi del 1994, in concomitanza con la nascita del partito politico di Forza Italia, voluto da Silvio Berlusconi e creato con il determinante contributo organizzativo di Marcello Dell’Utri, all’interno di Cosa nostra maturò diffusamente la decisione di votare per la nuova formazione, così come confermato da tutti i collaboratori di giustizia esaminati al riguardo Citazioni tratte dal saggio Stato illegale: Mafia e politica da Portella della Ginestra a oggi by Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte,Laterza

 

11 settembre 2021

Gagliano Giuseppe UE e industria della difesa

In un recente rapporto pubblicato in lingua inglese viene illustrato la situazione dell’industria militare e della difesa secondo un’ottica certamente ideologica ma disincantata e che consideriamo sostanzialmente realistica. Vediamo in breve di individuare alcuni aspetti centrali sui quali si soffermo questo report. https://www.rosalux.eu/kontext/controllers/document.php/825.f/2/b8e858.pdf Secondo i relatori nel 2002, un piccolo ma influente gruppo si è riunito per discutere del futuro della difesa europea durante la Convenzione del futuro dell’Europa, un progetto ambizioso volto alla stesura di una costituzione europea. La composizione di questo gruppo era notevole, composta esclusivamente da lobbisti delle armi e responsabili politici dell'establishment militare. Il loro incontro non è stato un caso. L'industria europea degli armamenti ha attraversato una profonda crisi dopo la fine della Guerra Fredda. Dopo 40 anni di massicce spese per ogni immaginabile gadget militare, le istituzioni militari non avevano più argomenti vincenti per sprecare denaro pubblico. In quello che viene chiamato il "dividendo della pace", molti paesi hanno tagliato le loro spese militari, portando alla bancarotta un certo numero di compagnie di armi, a ridimensionare le loro attività o ad essere acquistate dai concorrenti. Tuttavia, l'incontro del 2002 ha segnato un punto di svolta: per la prima volta nella sua storia, l'UE stava seriamente considerando di sostenere le compagnie europee di armi. Sebbene molte delle loro proposte non si siano concretizzate, il gruppo è riuscito a promuovere l'istituzione di un'Agenzia europea per la difesa (EDA). Anni dopo, uno dei partecipanti all'incontro, l'allora capo lobbista della compagnia di armi EADS (ora Airbus), Michel Troubetzkoy, si sarebbe vantato che l'EDA era "il bambino di EADS" e che "l'agenzia era per il 95% simile a EADS ' .Il sito web dell'EDA afferma che “una spinta dall'industria”, guidata dal lobbista Troubetzkoy, è stata determinante nella sua creazione. Troubetzkoy avrebbe detto: "Ho chiesto personalmente [all'ex presidente francese] Valéry Giscard d'Estaing di prendere in considerazione un nuovo impulso politico per la cooperazione in materia di difesa in Europa attraverso la creazione di un'agenzia dedicata".Non sorprende che una delle missioni fondatrici dell'EDA sia quella di " rafforzare l'industria europea della difesa”.La creazione dell'EDA mostra molto chiaramente che un piccolo gruppo di lobbisti e responsabili politici sta dominando il processo decisionale nella sfera della militarizzazione dell'UE. L'Osservatorio sulle lobby dell'Europa Corporate Europe Observatory (CEO) ha descritto la comunità di difesa dell'UE come una “ragnatela di fiducia e influenza”.Oppure, come la descrive il gruppo di pressione sulle armi ASD, “c'è un dialogo costante e stretto sia con la Commissione e l'Agenzia europea per la difesa”. Nel 2003, l'industria della sicurezza ha compiuto un altro passo avanti. Sullo sfondo della "guerra al terrore" e del boom dell'industria della sicurezza interna statunitense, l'industria della sicurezza europea, non volendo perdere nuove opportunità di mercato, ha iniziato a spingere per un programma di ricerca sulla sicurezza. Nel 2003, un gruppo di personalità (GoP) sulla ricerca sulla sicurezza, un gruppo consultivo della Commissione europea, è stato determinante nella definizione di un nuovo programma di ricerca sulla sicurezza; otto dei 25 membri del GoP provenivano dal settore della sicurezza. Sebbene il suo finanziamento fosse limitato al civile e al duplice uso ,il programma ha creato una backdoor per l'industria degli armamenti essere sempre più coinvolto nei programmi di ricerca dell'UE e spingere per politiche di sicurezza interna e di frontiera militarizzate. Gli appelli per la ricerca militare dell'UE sono continuati senza sosta. Durante una conferenza dell'EDA nel 2007, Ake Svensson dell'ASD ha invitato l'UE a creare un "Gruppo di saggi" per proporre un'agenda per la ricerca militare. Mentre questa spinta per un programma completamente militare è stata inizialmente osteggiata dagli Stati membri, dalla maggioranza dei deputati e da parti della Commissione europea, la pressione costante dell'industria degli armamenti si è rivelata vincente. Nel 2016, in seguito al voto dell'euroscettico Regno Unito di lasciare l'Unione europea, la militarizzazione dell'UE, che era già iniziata prima del referendum, è rapidamente aumentata di un livello. La lobby delle armi ha visto l'occasione per portare avanti rapidamente il suo programma. Le dieci maggiori compagnie di armi e organizzazioni di lobby ASD ed EOS, ad esempio, hanno avuto un totale di 327 incontri con commissari e membri del gabinetto nel 2015. Allo stesso tempo, 48 lobbisti accreditati entravano e uscivano dal Parlamento europeo, godendo di libero accesso agli eurodeputati e ai decisori. L'industria ha ulteriormente intensificato i suoi sforzi di lobbying in occasione di conferenze internazionali e fiere di armi. Alla conferenza annuale dell'EDA, ad esempio, solo Airbus ha ricevuto 22 inviti. Sempre nel 2015, il consigliere per la difesa della Commissione europea Burkard Schmitt si è trasferito all'ASD, dove è diventato "la penna su tutte le questioni relative alla difesa e alla sicurezza". Il GOP istituito dalla Commissione europea nel 2015 aveva lo scopo di fornire un input strategico sulla politica di sicurezza e di difesa europea . Sette dei 16 membri di questo GoP ha rappresentato l'industria delle armi (Airbus Group, BAE Systems, Finmeccanica, MBDA, Saab, Indra e ASD). Altri due membri rappresentavano istituti di ricerca privati ??che svolgono ricerca militare (TNO e Fraunhofer-Gesellschaft). Le conclusioni del rapporto del GoP erano prevedibili e hanno esortato l'UE a "rafforzare la posizione militare generale dell'Europa" versando 3,5 miliardi di euro nella ricerca militare. Questa raccomandazione è stata letteralmente copiata nel Piano d'azione europeo per la difesa pubblicato dalla Commissione nel novembre 2016. Durante uno degli incontri del gruppo, un rappresentante della Commissione ha ricordato agli altri membri che uno degli obiettivi del GoP era quello di «superare le resistenze verso un programma di ricerca sulla difesa».Al Parlamento europeo, i conservatori hanno ridicolizzato gli attivisti per la pace, definendoli «pacifisti che stanno cercando di mettere in pericolo il futuro della nostra industria e la sicurezza dei nostri cittadini”. Il GoP è stato rapidamente seguito da altre iniziative. Nel 2017, gli Stati membri dell'UE hanno attivato la PESCO, un quadro cooperativo su questioni militari volto a promuovere la cooperazione nelle capacità e ad aumentare la spesa militare dei governi europei .Nel 2019, la Commissione europea ha creato un nuovo dipartimento, la direzione generale dell'Industria della difesa e dello spazio, dedicato a sostenere la "competitività e l'innovazione dell'industria europea della difesa". Questi passaggi hanno avuto un profondo impatto sulla natura del progetto europeo. Mentre il discorso dell'UE è spesso incentrato sui diritti umani e sulla promozione della pace, l'UE si definisce ora "Unione europea geopolitica". Fino a un paio di anni fa, la spesa militare dell'UE era inesistente. Un'ampia gamma di programmi civili si sta aprendo all'industria degli armamenti, che ora è considerata un'attività come le altre. La politica estera dell'UE è sempre più incentrata sulla fornitura di assistenza militare a Stati terzi per "promuovere la pace", anche se alcuni di questi alleati sono dittature e violano gli stessi diritti umani che l'UE afferma di proteggere. Allo stesso tempo, le politiche di confine dell'UE mirano a mantenere rifugiati e migranti fuori dall'Europa, utilizzando mezzi militari se necessario. La lobby europea delle armi dispone di mezzi considerevoli per portare avanti la sua agenda attraverso attività di lobbying svolte direttamente da importanti compagnie di armi come Airbus o da gruppi di pressione nei settori della difesa e della sicurezza (come ASD o EOS ). Quasi tutte le società di difesa di alto livello hanno un ufficio di lobbying a Bruxelles con un budget di lobbying sostanziale. Il sito di notizie Politico ha stimato che la spesa della lobby europea del settore si aggira intorno ai 54,7 milioni di euro nel 2016, sulla base del registro per la trasparenza dell'UE.Le prime 10 aziende europee di armi hanno un budget annuale combinato di circa 5 milioni di euro (numerose altre società , associazioni professionali, gruppi di pressione e società di consulenza rappresentano il resto della spesa totale delle lobby). Si tratta molto probabilmente di una sottovalutazione, poiché molte aziende sottoscrivono i propri budget per attività di lobbying al registro per la trasparenza dell'UE. Bruxelles è oramai vicino a Washington in termini di influenza della lobby: è la patria di circa 25.000 lobbisti che lavorano all'interno di oltre 12.000 gruppi di lobby. È un business che ha generato oltre 15 miliardi di euro nel 2018. Gli amministratori delegati e i lobbisti dell'industria delle armi hanno accesso privilegiato ai commissari competenti, ai loro gabinetti e agli alti funzionari, tramite riunioni bilaterali o processi consultivi in ??tutte le fasi del processo decisionale e politico, nonché dell'attuazione. Le fiere e gli spettacoli aerei non solo funzionano come un grande mercato di armi, ma sono anche eventi chiave per i lobbisti del settore. Conferenze come le riunioni annuali dell'EDA o i vertici dell'industria della difesa europea fungono anche da punti di incontro chiave tra l'industria degli armamenti ei responsabili politici. Il Parlamento europeo ospita anche attività di lobbying sull'industria degli armamenti, dalle riunioni sotto gli auspici del Kangaroo Group o dello Sky and Space Intergroup Che pone in essere un dialogo regolare con i parlamentari per svolgere un ruolo chiave nella promozione della narrativa sulla sicurezza e dei relativi processi legislativi. Questa stretta relazione tra l'industria degli armamenti e le istituzioni dell'UE è sostenuta anche dal fenomeno delle porte girevoli, in cui i funzionari dell'UE assumono posizioni di lobbisti e viceversa. Burkard Schmitt è entrato nell'industria degli armamenti dopo aver lavorato presso la Commissione europea per più di otto anni .Più di recente, l'ex amministratore delegato dell'EDA Jorge Domecq ha assunto un incarico presso Airbus Defence and Space in Spagna, appena sette mesi dopo aver lasciato l'EDA. Il lobbismo avviene anche a livello nazionale. Le lobby nazionali e i campioni del settore degli armamenti hanno sviluppato una relazione simbiotica con i loro governi nazionali, i loro principali clienti e sostenitori che finiscono per prendere decisioni a livello dell'UE. Questa portata eccessiva dell'industria degli armamenti aiuta a soffocare qualsiasi dibattito sulla militarizzazione dell'UE e sulle successive politiche tangibili. Inoltre, la maggior parte dei think tank con sede a Bruxelles sta trasmettendo la narrativa dominante, promuovendo una visione positiva del cambiamento militare dell'UE .

 

7 settembre 2021

Gagliano Giuseppe Falange armata, eversione e criminalità organizzata

Agli atti dell’inchiesta Ndrangheta stragista c’è la deposizione resa dall’ex Ambasciatore Paolo Fulci, che era stato, dopo una lunga e brillante carriera in diplomazia, Segretario Generale del Cesis–organismo di controllo e coordinamento dei due servizi d’informazione “operativi” dell’epoca (il sisde ed il sismi)–fra il maggio 1991 e l’aprile del 1993 e, poi, dalla Direzione Nazionale Antimafia. Gli inquirenti acquisiscono un articolato carteggio, composto da informative della Digos e documenti forniti dai servizi d’informazione e dal Cesis, che riguardano il medesimo oggetto. Fulci informò (in modo non dettagliato) il Comandante dell’Arma dei Carabinieri dell’epoca e, ben più sommariamente, i suoi referenti politici–vale a dire i Presidenti del Consiglio in carica e quelli che gli avevano dato il mandato (il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, con l’avallo dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga). Poi, nell’aprile 1993 lasciò l’incarico e si recò a svolgere funzioni diplomatiche oltre-oceano. Vennero sentiti il suo capo-gabinetto–Generale Nicola Russo–e altri collaboratori dalla Digos di Roma su delega della Procura della Capitale. Da quelle escussioni emerse che il Fulci, dopo accertamenti interni fatti svolgere da personale di sua fiducia, avesse richiesto al Comandante Generale dei Carabinieri di dare impulso ad attività d’indagine su circa quindici funzionari del sismi, che prestavano servizio presso il nucleo ossi, una sorta di gruppo di elite della Divisione del sismi, in quanto a suo giudizio vi erano probabili o possibili appartenenti alla sedicente Falange Armata, sorta di struttura occulta dei servizi deviati che svolgeva una campagna di “intossicazione”, disinformazione e aggressione a esponenti istituzionali, che si poneva in continuità con la politica piduista dei vecchi apparati sid/ sifar. Lo stesso Fulci era stato minacciato dalla Falange Armata. Il Generale Russo, in particolare, nel corso della escussione del 3 luglio 1993 alla Digos di Roma, ribadisce che Fulci legava le attività di minaccia, rivendicazione e intimidazione della Falange al tentativo di infangare e intimorire tutti i soggetti di rilievo istituzionale o pubblico che avevano evidenziato perplessità sulla “Operazione Gladio”, individuando anche “Fulci, dopo qualche riluttanza accetta la nomina e, senza che la sua nomina avesse avuto una qualche risonanza mediatica mentre occupava ancora il suo vecchio incarico diplomatico, riceve la prime minacce Falange Armata. Accadono cose strane al direttore Fulci: nei primi mesi si accorge che, all’interno dell’abitazione dei servizi che lo ospitava a Roma, era intercettato da impianti e microspie di tipo ambientale che avevano lasciato gli stessi servizi (sismi), nonostante avesse chiesto una bonifica. La sua gestione si caratterizza per particolare rigore in quanto per la prima volta utilizza i poteri del segretario generale di Cesis che permettono di bloccare nomine e promozioni dei servizi e soprattutto di bloccare fondi, cosa che fa in modo puntuale e sollecito. Continuando però le minacce nei suoi confronti e imperversando comunque le rivendicazioni e l’inquinamento informativo da parte di Falange Armata, delega un suo dirigente di massima fiducia a svolgere penetranti accertamenti sulla provenienza di tali rivendicazioni/ minacce da parte della Falange Armata: “Armata: all’esito di tali indagini svolte sui tabulati che tracciavano la cella di provenienza delle telefonate Falangiste, il collaboratore (oggi deceduto) gli presenta due lucidi che contenevano due mappe d’Italia. In una erano localizzate le celle di provenienza delle minacce falangiste e nell’altra i luoghi d’incontro e le sedi periferiche ove operava il sismi. Fulci riceve le prime minacce nel maggio 1991, quando ancora non solo non aveva preso servizio al Cesis, ma neppure era nota al pubblico la nomina. Evidente che solo un soggetto che avesse un qualche interesse a fare la minaccia e, al contempo, avesse l’informazione della nomina di Fulci, poteva essere l’ignoto falangista. Il filone investigativo sul sismi consente di precisare che la struttura deviata si annidava all’interno della 7a Divisione (sciolta nel 1993) del sismi e che, non diversamente dalle mafie, vedeva messa in discussione la sua mission nel nuovo periodo storico che si andava ad aprire nei primi anni Novanta. Non sappiamo chi all’interno di tale divisione abbia in concreto operato a tale fine, ma le tracce processuali che si aveva il dovere di seguire portano fino a quella porta. Questi soggetti, legati alle vecchie strutture dei servizi in mano a Licio Gelli, che non a caso concordavano–fra il 1990 ed il 1991–con le principali mafie, Cosa Nostra e ’ndrangheta l’utilizzazione della sigla Falange Armata nella rivendicazione di efferati delitti e stragi.

 

5 settembre 2021

Gagliano Giuseppe Note storiche sulla camorra

Se non è possibile provare un’alleanza strategica tra polizia e camorra a danno degli oppositori politici, esistono invece documenti e rapporti dei ministeri borbonici che attestano la profonda corruzione degli organi di polizia ai diversi livelli. Si pagavano stabilmente cospicue tangenti ai commissari di molti quartieri per l’esercizio di ogni attività commerciale. Le singole guardie provvedevano in proprio a raccogliere denaro da ogni negozio. Si vendevano permessi di vario genere, come per l’apertura domenicale di caffetterie e cantine. Ed era notevole l’attività svolta dalla polizia nei tradizionali settori della prostituzione e del gioco d’azzardo. In tal modo la pessima amministrazione di questo settore basilare del regime forniva un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica; che si occupava di sovrintendere all’ordine nelle prigioni, nei mercati, nei bordelli, nelle bische. “Il delicato problema di impedire devastazioni e saccheggi operati da masse plebee e da consorterie criminali era stato risolto, subito dopo i tumulti di fine giugno e la proclamazione dello stato d’assedio seguito al ferimento dell’ambasciatore francese. Il nuovo prefetto di polizia Liborio Romano invitò a casa sua il capo della camorra Tore ’e Criscienzo e gli propose di trasformare i capicamorra in commissari e ispettori di polizia e i picciotti in guardie cittadine. «Pensai–scrisse poi nelle memorie–di prevenire le triste opere dei camorristi offrendo ai più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi; “e così parsemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non che a reprimerle, a contenerle». I criminali, invece che guidare i tumulti e i saccheggi, com’era accaduto altre volte, specie nel maggio 1848, si trasformavano in tutori dell’ordine pubblico. In mancanza di divise, i camorristi si armarono di un nodoso bastone e attaccarono al berretto una coccarda tricolore. Erano diventati guardie cittadine, ricevendo una legittimazione che seppero subito come far fruttare. Anche Monnier considerò questa scelta necessitata da forza maggiore. L’antica polizia era scomparsa; la Guardia Nazionale non esisteva ancora, la città era in balìa di sé medesima, e la canaglia sanfedista in aspettativa di un nuovo 15 maggio si preparava al saccheggio; aveva già preso in affitto delle botteghe (garantisco questo fatto) per deporvi il bottino. Trattavasi di salvar Napoli, e Don Liborio Romano non sapeva più a qual santo raccomandarsi. Un generale borbonico lo consigliò ad imitare l’antico governo e (riproduco testualmente la frase) «a far ciò che esso faceva in caso di pericolo». Don Liborio chiese alcune spiegazioni e seguì il consiglio del generale. Si gettò in braccio ai camorristi. Ai primi di luglio diventarono commissari e ispettori di polizia alcuni capicamorra, che avevano guidato i disordini nei giorni precedenti: insieme a De Crescenzo, Nicola Jossa, Ferdinando Mele, Nicola Capuano. Pochi giorni dopo Liborio Romano diventò ministro dell’Interno e completò il nuovo organico della polizia, immettendovi i capicamorra dei restanti quartieri col grado di commissari e ispettori, e nominando agenti una massa di picciotti di sgarro. La «procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle province infette», nota come “legge Pica”, fu così approvata dal Parlamento il 15 agosto 1863. Il governo ebbe la «facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice penale, nonché ai camorristi e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta composta del Prefetto, del Presidente del Tribunale, del Procuratore del Re e di due Consiglieri Provinciali». La legge eccezionale fu estesa dal brigantaggio alla camorra, perché questa venne considerata come un potere parallelo e alternativo rispetto alla sovranità dello Stato, sia sul terreno del monopolio monopolio della violenza e dell’ordine sociale, che sul piano dell’amministrazione di essenziali funzioni statali: la tutela dell’ordine pubblico e della convivenza civile, l’esazione dei tributi fiscali. resta senza verun dubbio dimostrata l’esistenza della Camorra organizzata in associazione, avente grado di gerarchia tra gli affiliati, corrispondenze e relazioni estese ai carcerati delle più lontane province, funzionando la setta come un sanguinoso sistema penale rappresentato da uomini, da giudizi e da pene inflitte ed eseguite dagli appartenenti alla stessa setta sia a difesa e propagazione nel mezzo della società del criminoso sodalizio, sia per feroci castighi alle volute violazioni degli statuti della Camorra. L’affermazione del carattere associativo e organizzato della camorra costituiva un punto molto importante. La cultura giuridica liberale aveva in gran sospetto il reato associativo: sia per la sua prevalente applicazione ai delitti di associazione e cospirazione politica, sia per il rischio di punire come reati penali anche gli atti solo “preparatori” di progetti non portati a compimento. I problemi non sorgevano nella valutazione di un concreto reato che, una volta accertato, veniva aggravato dall’esistenza dell’associazione criminosa. Ma risultavano di difficile soluzione quando l’imputato non era accusato di aver compiuto un reato determinato, oltre quello di associazione criminosa. Nel primo decennio unitario fu la camorra napoletana, e non la mafia siciliana, l’oggetto privilegiato di una continua azione repressiva dello Stato, che trovò un preciso fondamento giuridico prima nella legge eccezionale del 15 agosto 1863 e poi nella “legge Crispi” del 17 maggio 1866 che, per le esigenze poste dalla guerra con l’Austria, assegnava al governo «poteri eccezionali per provvedere alla sicurezza interna dello Stato . “Più della metà degli impiegati della segreteria del Comune di Napoli erano privi di qualsiasi titolo di studio. Non solo: a dimostrazione dell’arbitrarietà dei criteri di nomina, risultavano 65 funzionari sforniti di qualsiasi titolo nella superiore categoria di concetto; mentre erano assegnati alla inferiore categoria d’ordine 12 laureati e 15 diplomati. Un impiegato, Giuseppe Cautalano, era stato assunto a 13 anni; mentre un altro, Carlo Bertolini, aveva dovuto compierne 50. Un ex impiegato che s’era dimesso, Biagio De Benedictis, era stato riassunto in servizio a 65 anni. Corruzione e clientelismo erano le caratteristiche fondanti l’organizzazione interna della macchina comunale, che risalivano nel tempo, ma risultavano accentuate in questo scorcio di secolo. Montagne di raccomandazioni e di segnalazioni personali, verbali di concorso manomessi con manipolazioni anche dei punteggi attestano, oltre ogni misura, le correnti pratiche corruttive a favore di clienti e parenti. Favoritismi continui nei confronti degli impiegati fedeli e attivi sul terreno elettorale; isolamento e vessazioni per i funzionari che si limitavano a svolgere con zelo e competenza il loro lavoro. Nell’ultimo quinquennio dell’Ottocento erano notevolmente aumentati impiegati che normalmente visitano l’ufficio solo il 27 del mese per ritirarvi lo stipendio e che pure non hanno mai avuto molestia; altri che fruiscono annualmente di due, tre ed anche più mesi di licenza e che figurano “poi tra i primi nell’elenco dei gratificati per lavori straordinari. Segretari capi d’ufficio e vice-segretari, che cumulano due o tre impieghi, che sono continuo oggetto di reclami da parte del pubblico o dei creditori, che hanno perso ogni dignità e prestigio di fronte ai dipendenti e che pure, non solo continuano ad essere tenuti in servizio, ma pei favori resi, per la loro abilità speciale in materia elettorale o per altre ragioni, sono favoriti nei traslochi da uno ad altro Ufficio, godono di assegni speciali, sono lodati e difesi contro ogni attacco. La potente Associazione degli impiegati comunali di Napoli, che raccoglieva oltre trecento soci, era stata costituita per il mutuo soccorso, malamente evolutosi nella costante acquisizione di consistenti e diffusi privilegi corporativi e nella distribuzione di favori personali e assunzioni familiari. Lo scambio prevedeva quindi l’appoggio elettorale assicurato dai solerti impiegati all’amministrazione . Una analisi acuta della debolezza etico-politica, prima ancora che economico-sociale, della situazione napoletana al principio del Novecento fu compiuta da Francesco Saverio Nitti: Alla respectability napoletana aggiunge qualche cosa il non occuparsi di politica, per tradizioni borboniche durate fino ad ora. [...] Il problema di Napoli non è dunque soltanto economico, ma sopra tutto morale: ed è l’ambiente morale che impedisce qualsiasi trasformazione economica [...] Al Governo fa assai comodo date le instabili vicende della politica, di avere una base solida; così tutti i Governi lavorano il Mezzogiorno e lasciano fare [...] il Governo lavora. Lavora chiudendo gli occhi sui furti, spesso determinandoli, fomentando la corruzione, mantenendo impunite colpe chiare e patenti. Si può dire in tutta onestà che a Napoli il più grande e il più pericoloso camorrista sia sempre stato il Governo. Come nel 1900 il processo Casale, così nel 1907 il processo Cuocolo fornirà l’occasione per una ulteriore denuncia del carattere clientelare e del sostrato camorristico che caratterizza ampiamente l’attività politica e amministrativa nella metropoli in via di ammodernamento industriale e nel vastissimo hinterland agricolo della Terra di Lavoro. Sotto tiro finirà il ruolo di passiva acquiescenza, quando non di connivenza e di stimolo, svolto dal governo nelle sue responsabilità ministeriali e attraverso i suoi organi periferici. L’attacco più duro sarà condotto contro il deputato giolittiano Peppuccio Romano, definito alla Camera, dal socialista Oddino Morgari, «il maggiore esponente delle camorre di Terra di Lavoro». Già grande elettore di Rosano ad Aversa, il deputato di Sessa Aurunca favorirà quindi l’elezione, sempre ad Aversa, di Carlo Schanzer, cui era stata affidata dal governo l’inchiesta amministrativa su Palermo quando a Napoli era stato inviato Saredo. Qualche tempo dopo il prefetto della provincia di Caserta, che ancora si estendeva fino a Sora e a Gaeta, non potrà che confermare, in una relazione riservata al ministero, che nell’agro aversano (e quindi nel collegio elettorale) «è innegabile l’esistenza della malavita organizzata in camorra, la quale secondo i vecchi sistemi di lotte elettorali di queste contrade, viene assoldata da’ partiti per essere spalleggiati e per guadagnare terreno coi mezzi più riprovevoli e riprovati». Siamo nel 1907. Bisognerà attendere le elezioni politiche del 1913, le prime a suffragio universale maschile, perché il governo giolittiano prenda definitivamente le distanze da Peppuccio Romano. L’impareggiabile Scarfoglio, memore dei tempi di Rosano, esalterà ancora la «devozione canina» e lo «zelo leonino» che avevano materiato il lealismo giolittiano di questo «legionario romano» dalle «braccia coperte di cicatrici». Questo irresistibile peana non fermerà però l’azione della Prefettura casertana contro il politico-camorrista. Nel collegio di Aversa si raddoppiavano i contingenti di carabinieri e poliziotti, si aggiungevano quaranta guardie di finanza, veniva impiegata anche la cavalleria. Lo Stato, attestava il prefetto a Giolitti, era entrato in guerra contro l’onorevole che si appoggia alla malavita locale e la sostiene vigorosamente traendo in gran parte da essa la sua forza elettorale. Perciò è grato alle figure principali di essa; perciò si adopera in ogni contingenza in favore loro. Non appena esse hanno a rendere qualche conto alla giustizia, egli si pone in prima linea per difenderle recandosi personalmente nelle Aule del Tribunale e mostrandosi apertamente ai Magistrati compiacenti con la veste di fautore e di patrocinatore, sostenuto a sua volta da numerosi affigliati alla malavita. Il marchese Gerardo Capece Minutolo, che era già prevalso di stretta misura nelle elezioni del 1909, stavolta trionfava con oltre 5000 voti rispetto ai 371 rimasti a Peppuccio Romano. Ma non era stato solo il governo ad abbandonare il suo antico sostenitore. Anche la malavita era accorsa, con armi e bagagli, a sostegno del vincitore. «La regione aversana è tale–commentava lo sconsolato prefetto–, per cui l’intromettersi ovunque di certa gente appare fatalmente inevitabile». Intanto a Napoli, in concomitanza e sull’onda del processo Cuocolo, veniva rilanciata l’attenzione e proposta un’analisi dei caratteri e dei processi evolutivi del fenomeno camorristico. Il dirigente sindacale e giornalista della «Propaganda» e poi dell’« Avanti!» Eugenio Guarino sottolineava la persistenza e l’aggiornamento dell’antica associazione delinquenziale, che ora pareva assumere la forma di una «immensa piovra», i cui tentacoli si estendevano per tutta la città. Veniva indicata anche una serie di «puntelli della camorra»: i legami con la polizia, specie per il controllo del mercato elettorale; la tolleranza della magistratura e, soprattutto, delle autorità religiose che tanto peso avevano nella città; l’assuefazione della pubblica opinione allo spettacolo di istituzioni conniventi con la delinquenza. Il marchese Gerardo Capece Minutolo, che era già prevalso di stretta misura nelle elezioni del 1909, stavolta trionfava con oltre 5000 voti rispetto ai 371 rimasti a Peppuccio Romano. Ma non era stato solo il governo ad abbandonare il suo antico sostenitore. Anche la malavita era accorsa, con armi e bagagli, a sostegno del vincitore. «La regione aversana è tale–commentava lo sconsolato prefetto–, per cui l’intromettersi ovunque di certa gente appare fatalmente inevitabile». Intanto a Napoli, in concomitanza e sull’onda del processo Cuocolo, veniva rilanciata l’attenzione e proposta un’analisi dei caratteri e dei processi evolutivi del fenomeno camorristico. Il dirigente sindacale e giornalista della «Propaganda» e poi dell’« Avanti!» Eugenio Guarino sottolineava la persistenza e l’aggiornamento dell’antica associazione delinquenziale, che ora pareva assumere la forma di una «immensa piovra», i cui tentacoli si estendevano per tutta la città. Veniva indicata anche una serie di «puntelli della camorra»: i legami con la polizia, specie per il controllo del mercato elettorale; la tolleranza della magistratura e, soprattutto, delle autorità religiose che tanto peso avevano nella città; l’assuefazione della pubblica opinione allo spettacolo di istituzioni conniventi con la delinquenza. Nel 1908 sarà un funzionario di polizia, Eugenio De Cosa, a disegnare un articolato profilo di questi aggiornati criminali: Il camorrista moderno conosce anticipatamente a chi verrà aggiudicato l’appalto di questa o di quella amministrazione, regola la vendita dell’asta pubblica, ne svia le maggiori offerte, concerta e mena a termine questue e feste di beneficenza da cui detrae lauta sua spettanza. Egli inizia e “protegge” case da gioco e di prostituzione prestandosi a fornire i capitali che gli vengono poi resi quintuplicati, dispone della servitù di tutto il quartiere, ed in caso di elezioni, per logica conseguenza, di 100 o 200 voti, secondo la sua importanza e secondo gli anni della sua carriera. Il camorrista moderno conosce ed è conosciuto da tutte le Autorità locali; qualche volta è nominato “notabile” municipale del quartiere, e mercé le sue raccomandazioni, gli abitanti del rione ottengono dei favori, delle concessioni. Gennaro Cuocolo era un rinomato basista di furti di appartamenti, pur discendendo da commercianti di pellami; sua moglie Maria Cutinelli veniva dalla prostituzione. Lui fu ammazzato sulla spiaggia di Torre del Greco; lei, poche ore dopo, nella nuova casa di via Nardones, tra via Toledo e i Quartieri spagnoli. Era, quasi certamente, una storia di sgarro. Il basista s’era appropriato della parte spettante ai ladri finiti in carcere, che poi s’erano vendicati. La vicenda fu complicata dal fatto che sulla stessa spiaggia, in una trattoria, si trovavano autorevoli camorristi. Anzitutto c’era il caposocietà di Vicaria e aspirante capintesta Enrico Alfano, detto Erricone, arricchitosi nei traffici di cavalli. C’era poi il professore Giovanni Rapi, molto attivo in un Circolo del Mezzogiorno, ben frequentato da nobili e borghesi, situato a piazza San Ferdinando, vicino al teatro San Carlo, che in sostanza era una bisca. C’era anche un prete, don Ciro Vittozzi, cappellano del cimitero di Poggioreale, “molto legato ai camorristi. Insieme ad altri, questi egregi soggetti avevano fornito nel 1904 più di una mano alla prefettura di Tommaso Tittoni per la non rielezione di Ciccotti. Tra arresti e scarcerazioni, s’era fatta strada l’ipotesi di un chiarimento–tra ladri, basista e capicamorra–finito male, che aveva comportato la conseguente eliminazione della donna, in quanto scomoda testimone. La storia ebbe però una svolta clamorosa quando il capitano dei Reali Carabinieri Carlo Fabroni accusò la Questura d’aver fatto scarcerare i camorristi, per vecchie e nuove connivenze, e volle riprendere le indagini, affidate già alla magistratura, peraltro spaccata al suo interno e soggetta a molteplici pressioni. Il baldanzoso capitano trovò presto un collaboratore prezzolato, Gennaro Abbatemaggio, che vent’anni dopo avrebbe ritrattato tutto. Ma intanto adempiva al ruolo decisivo di fornire false dichiarazioni e prove artefatte, che muovevano da una immaginaria sentenza del presunto Tribunale della camorra, riunito naturalmente a pranzo, ma stavolta in una trattoria di Bagnoli. I delitti erano accortamente affibbiati a un gruppo ristretto di eminenti camorristi. Soprattutto, però–con l’invenzione di riunioni, tribunali e sentenze–si allargava fin dove si voleva l’applicazione del reato di associazione a delinquere. Si potevano così colpire e togliere dalla circolazione alcuni soggetti cospicui di quella “camorra elegante” che coi delitti non aveva niente a che spartire, ma in compenso aveva avuto l’ardire di spartire (o anche millantare) troppo con la crème de la crème della società napoletana, augustamente rappresentata da Sua Altezza Reale Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta, da qualche tempo residente nel palazzo reale di Capodimonte. Tra i problemi che assillano l’ex capitale c’è anche il rapporto contraddittorio che per lo più vede marciare su binari paralleli gli ordinamenti istituzionali e la peculiare forma di ordine popolare almeno parzialmente assicurato dall’organizzazione camorristica. Man mano che si procede verso il più liberale primo Novecento italiano, aumentano, come s’è visto, le occasioni d’incontro e di collaborazione tra aggregati politici, economici, amministrativi, camorristici anche nella Napoli clerico-moderata e massonico-clientelare. La relativa espansione economica, congiunta a una asfittica iniziativa politico-amministrativa delle locali classi dominanti (più che dirigenti), comporterà anche l’allargamento dei circuiti economici illegali. Il che promuoverà una più diffusa presenza dei delinquenti arricchitisi coi nuovi traffici e affari dentro il centro elegante della bella città. Il consolidamento e l’espansione delle organizzazioni criminali negli anni ’80 sono connessi alla diffusione di comportamenti illegittimi e illegali nella forma e nella sostanza della direzione politica esercitata principalmente dai poteri locali. La criminalità mafiosa e camorristica trae forza e legittimazione dalle forme di illegalità diffusa nella gestione del potere qual è prevalentemente esercitata in numerose regioni e in molti comuni del Sud. Anzi, il controllo dei cospicui flussi di spesa pubblica decentrata ha determinato la formazione di un nuovo ceto di mediatori politici–formato da amministratori locali e rappresentanti di enti pubblici–largamente permeabile alle pressioni di gruppi criminali impegnati ad espandere con l’inserimento nel vasto mercato degli appalti pubblici la potenza economica conseguita attraverso il narcotraffico e altre attività illegali. “In questo contesto più ampio va collocato l’enorme incremento di ricchezza e di potere delle organizzazioni criminali, che controllano larga parte del territorio meridionale, con la connivenza di consistenti parti delle istituzioni e della società. Si consolida ed estende un modello di spartizione allargata, che produce una miscela micidiale di traffici e affari legali e illegali, interessi economici, sostegni elettorali, attività criminali, provvedimenti legislativi e giudiziari. Il forte incremento della spesa pubblica per la ricostruzione postsismica, deviata dalle abitazioni alle grandi opere infrastrutturali a partire dal 1983, trasforma la Campania nel luogo privilegiato di intrecci fra clan criminali in ascesa, potentati politici, amministrazioni locali, grosse imprese edili. Qui si recò nel marzo 1993 una delegazione della Commissione guidata dal presidente Luciano Violante. La relazione sul Casertano si concludeva con questi drammatici giudizi:”“La camorra è dentro la politica, dentro l’economia, dentro la vita pubblica e le esperienze collettive: la crescita e l’espansione dell’ultimo decennio rappresentano l’indicatore della trasformazione dell’organizzazione criminale. I clan camorristici trafficano in droga e armi, ma sono prevalentemente interessati alle gare per appalti di lavori pubblici e per la fornitura di servizi: dalla raccolta di rifiuti alle imprese di pulizia ai lavori per grandi infrastrutture, la presenza della camorra è vasta e puntuale [...]. Non ci sono soltanto omissioni, collusioni ed illeciti, vi è anche la corruzione del tessuto politico locale che attraverso il perseguimento di fonti illecite di finanziamento e l’imposizione di tangenti ha deteriorato l’ambiente e introdotto l’arbitrio e la inosservanza delle regole come tendenza dominante [...]. Nel corso delle indagini la Commissione si è trovata di fronte ad una classe dirigente amministrativa incurante dei confini della legalità, incline alla discrezionalità, al favoritismo, e anche all’affarismo più spregiudicato...” A fine ’94, il senatore indipendente del gruppo dei Progressisti Ferdinando Imposimato presenta un paio di interrogazioni al governo per denunciare forme di corruzione e subappalti affidati a ditte camorristiche nei grandi cantieri dell’alta velocità (Tav). Un decennio prima il magistrato Imposimato–che aveva istruito il processo Moro, nonché quelli per l’attentato al papa e alla banda della Magliana–era stato colpito da una vendetta trasversale, che gli aveva ammazzato il fratello Franco, sindacalista della Cgil. L’ordine era partito dal boss e finanziere della mafia siciliana Pippo Calò, che s’era rivolto a Lorenzo Nuvoletta. Questi aveva incaricato il consuocero Vincenzo Lubrano, boss di Pignataro Maggiore, che mandò due killer a eseguire il mandato. Componente della Commissione parlamentare antimafia, Imposimato viene incaricato dalla presidente Tiziana Parenti, che aveva lasciato la Procura di Milano per divenire deputata di Forza Italia, di preparare la relazione sulla situazione della criminalità in Campania. Nell’estate 1995 l’esperto magistrato presenta parti della relazione alla Commissione, dimostrando l’infiltrazione “imprese dei casalesi nei cantieri dell’alta velocità, grazie a subappalti assegnati in particolare dalle imprese Condotte e Icla, facenti parte del consorzio costituito qualche anno prima dall’Iri, presidente Romano Prodi. La società Condotte era stata presieduta dall’ex vicecomandante dell’Arma dei carabinieri Mario De Sena, indicato per questo incarico da Antonio Gava che lo designerà anche come sindaco di Nola; il generale sarà poi imputato per l’assegnazione di appalti alle imprese del clan Alfieri e arrestato nella primavera del ’93. L’impresa Icla si era illustrata nelle opere della ricostruzione, come in parte si è visto e si evince largamente dalla inchiesta parlamentare condotta dalla Commissione presieduta da Scalfaro. Queste infiltrazioni camorristiche nei lavori per l’alta velocità ripropongono quelle già avvenute per la costruzione della terza corsia dell’autostrada del Sole e, a giudizio del relatore, sembrano dimostrare che la Camorra non è più antagonista dello Stato, ma una sorta di controparte dello Stato, una forza riconosciuta, rispettata, efficiente e temuta. Essa controlla ancora oggi una parte del potere politico-istituzionale, gestisce le grandi opere pubbliche e assicura un certo ordine sociale. Lo Stato finisce così per finanziare la Camorra, potenziandola e legittimandola. Il flusso di denaro pubblico verso la Camorra si alimenta non più per effetto di un rapporto conflittuale, ma di un patto scellerato che ha per oggetto lo scambio tra denaro pubblico, ordine sindacale, tangenti e consenso sociale. I Giuliano potevano vantare una solida ascendenza camorristica, già nella rinomata categoria dei cocchieri ottocenteschi. Nel secondo dopoguerra, come si è accennato, Pio Vittorio aveva guidato i fratelli nella costruzione di un cospicuo impero criminale, che copriva tutti i settori più proficui e controllava completamente il quartiere centrale di Forcella. Non era solo un clan. Era una sorta di dominio territoriale, governato con le leggi del crimine e accompagnato da una diffusa partecipazione e adesione popolare. Non per caso l’erede Luigi, o Lovigino per i suoi successi amorosi, era anche chiamato ’o rre. Aveva però cominciato, opportunamente, dal basso la sua formazione criminale, con furti e rapine. Si era presto incontrato con la banda della Magliana, specializzandosi nell’uso della lancia termica ed entrando in contatto col banchiere Roberto Calvi e col potente mafioso Pippo Calò. Espanderà ulteriormente l’impero economico, fondato dal padre sul contrabbando delle sigarette, verso il narcotraffico con i rifornimenti assicurati da Umberto Ammaturo. A suo dire inventerà il totonero e poi espanderà le estorsioni ai grandi cantieri dei lavori pubblici negli anni ’80, praticherà largamente l’usura, controllerà il gioco d’azzardo, svilupperà il settore denso di avvenire della produzione e commercializzazione dei capi di abbigliamento contrassegnati coi principali marchi, le griffes contraffatte. Anzi, purtroppo, i segnali non sono affatto positivi. A fine aprile 2009 la Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Pisanu, si è recata a Napoli per un’audizione del procuratore della Repubblica e della Direzione distrettuale antimafia. L’affermazione più impressionante espressa dal procuratore Giandomenico Lepore, in una conferenza stampa, riguarda il rapporto tra politica e camorra: a suo giudizio il 30% dei politici e amministratori napoletani possono considerarsi collusi con la camorra. La richiesta di una “corsia preferenziale” per i processi di camorra, specie in sede di appello, è stata motivata dai giudici della Dda con la necessità di evitare la prescrizione dei reati commessi proprio dai politici e dai “colletti bianchi” collusi. Intanto la Campania mantiene il poco apprezzabile primato degli enti pubblici commissariati e disciolti per l’infiltrazione e il condizionamento dei clan criminali: amministrazioni comunali, enti ospedalieri, consorzi di bacino per la raccolta dei rifiuti. A metà anni ’90 non ci sono più dubbi che la camorra abbia visto giusto: «la munnezza è oro». Ma la camorra non è sola in questo affare. Anzi è il braccio operativo dei grossi interessi economici e politici, collocati al Centro-Nord, che trovano la massima convenienza ad assegnare alla efficiente e affidabile camorra imprenditoriale dei casalesi un traffico così delicato, perfettamente realizzato e a prezzi stracciati. Significativo è anche il ruolo di mediazione tra gruppi economici, amministrazioni pubbliche e famiglie criminali svolto da esperti massoni, deviati e non, sempre presenti in questi snodi delicati della storia dell’Italia repubblicana. Questo forte e ramificato aggregato di interessi non si pone, né si è posto in altre occasioni, il problema di rispettare le leggi, di non commettere crimini. Unico obiettivo è il conseguimento del massimo profitto. Nel nuovo millennio la camorra è diventata famosa nel mondo. Ma soprattutto è forte e potente sul piano organizzativo ed economico. Da tempo si colloca sullo stesso piano di Cosa Nostra e della ’ndrangheta. Il numero degli affiliati è più o meno lo stesso: circa 6000 per ciascuna organizzazione. Gli utili della camorra sono calcolati in maniera approssimativa–l’unica possibile–sulla stessa linea di quelli percepiti da Cosa Nostra: quasi 13 miliardi di euro nel 2008. Una parziale conferma di questa ricchezza acquisita dalla moderna camorra, e anche della sua maggiore permeabilità, viene dalla quota elevata di beni sequestrati agli affiliati: quasi tre milioni di euro. Nel 1993 la Commissione parlamentare antimafia aveva stimato il fatturato annuo delle tre organizzazioni criminali del Sud intorno ai 20-24.000 miliardi di lire. Nel 2008 la valutazione dell’Eurispes (Istituto di studi politici e sociali) fa ascendere questo dato a circa 70 miliardi di euro. Sono dati tendenziali, non accertabili. Indicano comunque che, in un quindicennio, il fatturato delle principali mafie italiane si sarebbe all’incirca quintuplicato. È questa una impressionante conferma del crescente predominio del crimine organizzato nella gran parte del Mezzogiorno. Il più acuto studioso delle nuove forme assunte dal processo di ristrutturazione capitalistica affermatosi, grazie alla diffusione delle reti informatiche, in tutto il mondo alla fine del XX secolo, Manuel Castells, ha lanciato per tempo un messaggio drammatico, fondato sull’analisi diretta delle realtà in sviluppo nei diversi continenti, che andrebbe conosciuto e meditato più di quanto non sembri accadere. L’economia criminale globale sarà un fattore fondamentale nel XXI secolo, e la sua influenza economica, politica e culturale pervaderà tutte le sfere della vita. Il punto non è stabilire se le nostre società saranno in grado di eliminare le reti criminali, ma capire se le reti criminali finiranno o meno per controllare una parte sostanziale della nostra economia, delle nostre istituzioni e della nostra vita quotidiana.

 

5 settembre 2021

Gagliano Giuseppe La centralità dello stretto di Hormuz

L'ESTATE 2021 ha visto crescere le tensioni tra Iran e Stati Uniti nella regione dello Stretto di Hormuz. Diversi eventi relativi alla dimensione della sicurezza hanno interessato la navigazione marittima internazionale della flotta mercantile in uno dei valichi più strategici del mondo. Lo Stretto di Hormuz, un collegamento naturale tra il Golfo Persico e il Mar Arabico, illustra da solo le sfide contemporanee della maritizzazione delle nostre società ed economie. Non dimentichiamoci infatti che la centralità di questo stato stretto dimostra in modo in confutabile la nostra dipendenza dalle aree marittime che, naturalmente, distillano generosamente le risorse naturali fondamentali per l'alimentazione e per il buon funzionamento delle economie ad alta intensità energetica, ma sostengono anche la libera circolazione delle materie prime e dei manufatti nel quadro di un mondo -economia con distanze accorciate dal progresso tecnologico. Specchio del potere, gli spazi oceanici costituiscono, inoltre, arene in cui i poteri statali o non statali , si "annusano", si toccano o addirittura si scontrano. Pertanto, le notizie per l'estate 2021 nella regione dello Stretto di Hormuz dimostrano con forza il ruolo svolto dagli spazi oceanici. Quindi studiare la geopolitica di questa regione significa prestare attenzione all'impatto della maritimizzazione sulla vita degli stati; è anche riconoscere la potenza del fatto marittimo nell'espressione delle relazioni internazionali. Ed è, infine, ammettere che la talassopolitica... è un prisma fondamentale per apprezzare le forze strutturanti all'opera nelle relazioni internazionali. Perché lo Stretto di Hormuz è così importante? Separando l'Iran dall'Oman, lo Stretto di Hormuz è un collegamento marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Una trentina di miglia nautiche (circa 55 chilometri) sono distanti tra il punto montuoso dell'Oman di Ras de Musandam e le molteplici isole iraniane a nord. La sua profondità ne consente l'utilizzo all'intera flotta mercantile contemporanea. Questo stretto è una delle aree di navigazione più trafficate del mondo. A tal fine e al fine di garantire un elevato livello di sicurezza marittima, il flusso ininterrotto di navi portacontainer o cisterne è distribuito su un binario ascendente e un binario discendente con una larghezza di 2 miglia (cioè 3,5 chilometri). La navigazione è complessa, costringendo le navi a navigare nelle acque più profonde dell'Oman ed evitare le isole iraniane a monte. Tutti i tipi di navi cisterna possono navigare nel canale. Più di due terzi hanno una capacità superiore stimata in 150.000 tonnellate di portata lorda Vera e proprio Serratura naturale, questo stretto rompe l'isolamento di una regione che è diventata progressivamente essenziale per il buon funzionamento dell'economia mondiale attraverso l'approvvigionamento di idrocarburi. Fornisce il collegamento tra le aree di estrazione e produzione e i centri di consumo. Apre così lo spazio persiano, da un lato, al mondo asiatico attraverso il Mar Arabico, poi l'Oceano Indiano e, dall'altro, all'Europa o addirittura al continente americano attraverso il Mediterraneo accessibile dal canale. . Lo Stretto di Hormuz è, quindi, un'arteria vitale per l'esportazione di idrocarburi da cinque dei maggiori produttori mondiali (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) alle industrie di trasformazione. In generale, la regione del Golfo Persico è esemplificativa delle eccezionali risorse di idrocarburi contenute nei fondali. Dimostra anche l'interesse e la competitività del trasporto marittimo per questo tipo di materia prima. I fondali sono considerati terra incognita dove il 90% delle ricchezze resta da scoprire. Gli esperti individuano il 30% delle riserve mondiali di petrolio e il 27% del gas in mare. La quota della produzione marittima nel consumo mondiale è passata dal 10% nel 1960 a oltre il 32% nel 2000. Secondo l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), i due terzi delle riserve accertate di petrolio si trovano in Medio Oriente. , in particolare, nel Golfo Persico. Lo stretto di Hormuz è l'area in cui il flusso giornaliero di petrolio è stimato in 21 milioni di barili, pari al 21% del consumo mondiale di prodotti petroliferi. I flussi annui di greggio, condensato e vari prodotti petroliferi sono stabili dal 2016, rappresentando un terzo del volume totale di idrocarburi trasportati via mare e oltre un quarto del gas naturale liquefatto. A parte l’Europa secondo la US Energy Agency, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Singapore rappresentano oltre il 65% del flusso annuo. Dal canto suo, gli Stati Uniti d'America importano 1,4 milioni di barili/giorno dal Golfo Persico, ovvero il 18% delle importazioni di greggio e condensato e il 7% del consumo di petrolio liquido. Lo Stretto di Hormuz è una strettoia naturale imprescindibile via mare a differenza di altri stretti che presentano scappatoie, anche se a costo di allungare i tempi di navigazione. Dipendenti dalle relazioni internazionali di un attore chiave, l'Iran, le potenze senza sbocco sul mare del Golfo Persico si sforzano costantemente di identificare e materializzare altre rotte alternative per la consegna di idrocarburi via terra. o/e marittima Avviate regolarmente dal 1950, le soluzioni terrestri cercano sistematicamente un punto di uscita marittimo sia a sud, sul Mar Arabico, sia a ovest, nel Mar Rosso o addirittura a nord, nel Mediterraneo. Richiedono la costruzione di infrastrutture complesse del tipo condutture su lunghe distanze. I percorsi di queste installazioni molto spesso attraversano diversi paesi, che a loro volta li espongono ad altri problemi di sicurezza. Così, l'Iraqi Pipeline in Arabia Saudita (IPSA), operativo nel 1987, offre uno sbocco al petrolio iracheno nel Mar Rosso collegando il terminal di Bassora, nel sud-est dell'Iraq, a quello di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso. . Con una capacità teorica di 1,6 milioni di barili al giorno, è stata regolarmente interessata dalla situazione geopolitica regionale .Al di là di questi risultati di breve durata, due reti, l'"oleodotto Est-Ovest" e Petroline, sono ancora in servizio e stanno lavorando per ridurre la dipendenza dal mare. Tuttavia, le loro capacità sono insufficienti per esportare la produzione saudita, due terzi della quale passano per Hormuz senza menzionare quelle di altri paesi produttori (Iraq, Kuwait o Bahrain). Isolati gli Emirati Arabi Uniti si sono assicurati l'export grazie all'ADCOP (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline) che, per oltre 360 ??chilometri, collega il giacimento petrolifero di Habshan al terminal di Fukairah sulla costa del Golfo di Oman, a monte del stretto. Entrata in servizio nel 2012, con una capacità di un milione e mezzo di barili/giorno, quest'ultima scarica più della metà della produzione nazionale. Infine, il trasporto marittimo rimane la modalità di esportazione più adatta. Allo stesso tempo, inoltre, sono ancora rilevanti i vari progetti di costruzione di canali che collegano il Golfo Persico al Mar Arabico. Il Canale di Salman collegherebbe la costa saudita del Golfo Persico al Mar Arabico attraverso lo Yemen su un asse nord-sud. Lunga 950 chilometri e larga 150 metri, sbloccherebbe lo stretto dando autonomia strategica all'Arabia Saudita. Infine, in questa corsa al mare, l’Iran gioca un ruolo fondamentale. Infatti , il 22 luglio 2021, le autorità iraniane hanno inaugurato, in pompa magna, un nuovo terminal petrolifero nel Mar Arabico, a monte dello Stretto. Questa infrastruttura su larga scala consente di diversificare le modalità di esportazione garantendo operazioni e riducendo i tempi di navigazione. Questo nuovo terminal fa parte di un progetto di sovranità energetica più completo. È fornito da un oleodotto di 1.100 chilometri da Goureh nel nord-ovest dell'Iran a Jask. Con una capacità di un milione di barili/giorno, trasporta tutti i tipi di prodotti petroliferi (leggeri, pesanti, ultrapesanti) prima di essere stoccati in 20 serbatoi da 500.000 barili ciascuno e, questo, in attesa di carico in cisterne. Pertanto, il vettore marittimo rimane la soluzione più adatta per il trasporto di idrocarburi dal Golfo Persico nonostante i molteplici progetti infrastrutturali. Il controllo della navigazione marittima nello Stretto di Hormuz è di natura strategica e duratura. Tuttavia, nella regione vengono implementate soluzioni alternative via terra senza affrontare le sfide di una regione ricca di riserve di idrocarburi accessibili. Infrastrutture vitali come il gasdotto terrestre gestito dagli Emirati Arabi Uniti e dall'Arabia Saudita offrono una capacità teorica stimata a 6,8 milioni di barili/giorno. Attualmente vengono sfruttati solo 2,7 milioni di barili/giorno. Il terminal iraniano di Jask apre nuove prospettive strategiche non solo nella regione ma anche a livello internazionale nel contesto dei negoziati nucleari. Fondamentale nel rifornire i mercati asiatici di materie prime, il Golfo Persico dimostra la tendenza verso le relazioni internazionali infrastrutturali. Una questione centrale per comprendere il ruolo dello stretto di or mousse sono le questioni di diritto internazionale legate ad esso. La conoscenza del diritto internazionale del mare è un fattore esplicativo per le tensioni osservate nella regione del Golfo Persico, ma anche per i limiti imposti agli attori nelle loro rivalità territoriali, commerciali, militari e diplomatiche. Più in generale, questa regione illustra le difficoltà legate all'assicurare relazioni internazionali attorno a principi fondamentali riconosciuti dalla maggioranza degli Stati. La definizione delle zone marittime, le regole della navigazione marittima, lo sfruttamento delle risorse naturali situate in superficie, nella colonna d'acqua o sul fondo marino, ecc. sono disciplinate dal diritto consuetudinario, ampiamente integrato nella Convenzione delle Nazioni Unite per il diritto del Mare (UNCLOS). Firmata a Montego Bay, in Giamaica, il 10 dicembre 1982, questa "costituzione del mare" è una delle conquiste giuridiche internazionali di maggior successo e testimonia un notevole sforzo di cooperazione internazionale avviato durante la Guerra Fredda .È stato tuttavia necessario attendere il 1994 per l'entrata in vigore di questo testo internazionale, avendo ottenuto un numero sufficiente di Stati che lo avessero ratificato. Oggi più di 160 stati hanno ratificato questo testo internazionale, compreso il Sultanato dell'Oman. Tuttavia, tra le potenze coinvolte nella regione, Iran ed Emirati Arabi hanno certamente firmato ma non ratificato. Gli Stati Uniti d'America non l'hanno firmata .Queste grandi lacune legali indeboliscono notevolmente le relazioni internazionali, soprattutto in questa regione, e spiegano le forti tensioni legate alla libertà di navigazione. Infatti, la navigazione nello stretto è solitamente disciplinata da una specifica convenzione internazionale o, in mancanza, da un diritto consuetudinario come lo Stretto di Hormuz. In questo caso, l'UNCLOS impone diritti e doveri sia agli Stati rivieraschi che agli Stati utenti. In base ad un accordo bilaterale, le acque di Hormuz sono ripartite equamente tra la Repubblica Islamica dell'Iran e il Sultanato dell'Oman. Di conseguenza, vengono pienamente applicati i principi fondanti della libertà di navigazione. Inoltre, quando transitano in transito, navi e aeromobili sono soggetti a rigorosi obblighi volti al rispetto della sovranità dello Stato costiero e delle norme di sicurezza marittima che impediscono qualsiasi collisione in mare .È il caso delle misure adottate dal Sultanato e dalla Repubblica islamica in merito alla separazione dei traffici marittimi. In cambio, gli Stati costieri devono garantire di diritto e di fatto la libertà di navigazione ,principio universale del diritto internazionale del mare. Gli americani considerano il canale di transito dello Stretto di Hormuz come acque internazionali e quindi Negano effettivamente agli stati costieri (in particolare all'Iran) il diritto di regolamentare il trasporto internazionale .La loro flotta da guerra viene quindi fondata di diritto per operare manovre nelle acque di Hormuz purché... le regole di sicurezza marittima siano rigorosamente osservate. Insomma, questa regione rivela tutta la complessità delle relazioni internazionali fondate su basi instabili: nessuno degli attori coinvolti riconosce pienamente un testo di portata internazionale che disciplina lo status di valico obbligatorio per la navigazione marittima internazionale e gli obblighi conseguenti. La stabilità della regione dello Stretto di Hormuz è condizionata da molteplici fattori infrastatali, intrastatali e interstatali a livello regionale ma anche internazionale. Non si tratta qui di sviluppare ulteriormente queste considerazioni, ma di individuare i meccanismi marittimi in atto. Questo contributo si propone di dimostrare le sorgenti di una talassopolitica in una regione fortemente dipendente dall'attività marittima. Un ‘Altra problematica che non possiamo affrontare ovviamente la sua complessità ma di cui possiamo fare soltanto cenno e la dimensione ruolo della criminalità Nelle aree oceaniche del Mar Arabico o del Golfo di Oman fiorisce la criminalità organizzata, sfruttando l’anonimato dei flussi marittimi sia legali che illegali e la presenza di Stati falliti. Ebbene , queste organizzazioni criminali sono coinvolte nel controllo delle risorse ittiche o delle materie prime (contrabbando di petrolio ..) nonché nel traffico illecito (contrabbando di armi, narcotraffico, ..). A titolo esemplificativo, la situazione interna dell'Afghanistan unita all'estensione della coltivazione del papavero immette sul mercato quantità sempre più importanti di eroina che cercano sbocchi marittimi per guadagnare zone di rimbalzo in Africa o in Asia prima di diffondersi nei consumatori le case. Ma gli spazi oceanici sono arene in cui scontro aperto o indiretto tra poteri statali e organizzazioni criminali. Questa cassa di risonanza internazionale che costituisce lo Stretto di Hormuz amplifica i progetti geopolitici così come le rivalità diplomatiche cristallizzate sulla flotta commerciale ma anche sulle flotte militari. Al riparo da ogni manovra di influenza, si tratta poi di decifrare metodicamente queste operazioni aria-mare che fanno parte di una vera e propria "guerra ombra". Al di là delle tensioni legate al nucleare iraniano, lo Stretto di Hormuz cristallizza le attenzioni di tutta la scena internazionale. È considerato il tallone d'Achille di un'economia globale dipendente dall'oro nero per il suo sviluppo. Le conseguenze della chiusura di questa strozzatura sono percepite come inaccettabili : interruzione della navigazione internazionale degli idrocarburi, interruzione delle catene di approvvigionamento e lavorazione, impatto sui prezzi delle materie prime e sui mercati petroliferi, costo dell'energia per quanto riguarda i primi effetti. È infatti uno dei quattro incroci di trasporto strategico più importanti del mondo con i canali di Panama e Suez e lo Stretto di Malacca. Secondo l'EIA, il 61% dei prodotti petroliferi viene trasportato via mare secondo i dati 2015. In conclusione, lo studio delle tensioni osservate negli approcci marittimi al Golfo Persico solleva la questione della sfida della disponibilità di arterie vitali che irrigano i mercati mondiali delle materie prime. Sottolinea inoltre il ruolo preponderante svolto dal trasporto marittimo nel corretto funzionamento delle economie globalizzate e l'aumento del rischio di interruzione della logistica internazionale interdipendente. Pertanto, la chiusura dello Stretto di Hormuz sembra un'opzione irrealistica anche in scenari di crisi ad alta intensità. Infine, questa immersione nel cuore dei meccanismi marittimi in atto nella regione dello Stretto di Hormuz dimostra l'importanza di un approccio talassocentrico nell'analisi delle relazioni internazionali. Porta ulteriori elementi di apprezzamento che affinano la comprensione delle questioni internazionali e aprono nuove prospettive.

 
Ricerca
      
dal    al