1 luglio 2015

Gagliano Giuseppe ASPETTI DELLA GUERRA DELL’INFORMAZIONE

Rivista Capitale Intellettuale 2/2015

 

3 giugno 2015

Gagliano Giuseppe Iscrizione Anagrafe Nazionale della Ricerca(Miur)

In data 16/04/2015 il Cestudec risulta essere iscritto all'Anagrafe Nazionale delle Ricerche in base all'Art.64,comma 1,DPR 11 luglio 1980 n.382 .L'iscrizione consentirà al Cestudec di accedere ai finanziamenti pubblici per le finalità previste dal DPR 11 n.382.

 

23 maggio 2015

Gagliano Giuseppe Introduzione alla filosofia politica di Immanuel Kant

La filosofia politica kantiana non si lascia facilmente circoscrivere: poiché il filosofo di Königsberg non ha dedicato alle questioni politiche un’unica, grande opera sistematica, occorre rintracciare i fondamenti della sua dottrina politica in diverse opere, eterogenee per datazione, ampiezza e approccio metodologico . Nonostante i fondamenti del pensiero politico kantiano possano essere desunti già dalle Critiche, e in particolare dalla Critica della ragion pura (1781) che contiene la celebre idealizzazione della repubblica, e dalla Critica del Giudizio (1790), nella quale Kant individua nella società civile e nella sua estensione ad una comunità cosmopolitica il presupposto formale per la realizzazione dello scopo ultimo della natura, la nostra analisi partirà da quell’insieme di opere, composte tra il 1784 e il 1793, nelle quali Kant ha posto le basi per la sua riflessione in materia di diritto, di Stato, di storia e di cosmopolitismo, ossia l’Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784), in cui per la prima volta si affaccia l’ideale di un ordine cosmopolitico; la Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? (1784); La religione entro i limiti della mera ragione (1793); lo scritto Sopra il detto comune: «Questo può esser giusto in teoria, ma non vale per la pratica» (1793). La seconda parte sarà dedicata allo scritto più importante, dal nostro punto di vista, ossia l’opera intitolata Per la pace perpetua: un progetto filosofico (1795), la cui analisi sarà completata dall’approfondimento di alcuni concetti elaborati nella Metafisica dei costumi (1797), che contiene riferimenti significativi al diritto pubblico, al diritto privato e alla dottrina della virtù. Il progetto kantiano si sviluppa a partire da un rapporto in un certo senso critico con la tradizione del giusnaturalismo e con la filosofia di Rousseau e perviene alla definizione di una prospettiva politica originale, nonostante non siano mancati nei secoli precedenti esperimenti simili, di cui pure si darà conto nel corso del lavoro. La terza sezione del lavoro si soffermerà su un aspetto particolarmente problematico dell’ermeneutica kantiana, ovvero il confronto con il realismo politico, la teoria secondo cui la storia è una concatenazione di cause ed effetti, la realtà ispira la teoria, e l’etica è una funzione della politica. Attraverso una serie di riferimenti ad esponenti antichi e moderni di questa importante tradizione filosofico-politica (Tucidide, Machiavelli, Hobbes), emergerà con maggiore nitidezza il profilo teorico dell’impostazione kantiana, la sua ambivalenza unitamente al cui coerente e costante riferimento al paradigma razionale e all’imperativo morale. In realtà, già in alcuni appunti giovanili scritti nei tardi anni ’70 e dedicati al problema della sovranità, Kant aveva abbozzato le categorie centrali della sua filosofia politica. Secondo il filosofo tedesco, la potestas legislatoria si caratterizza soprattutto per la sua infallibilità, per cui l’unica sovranità pensabile è quella del popolo, sul modello esplicitato da Rousseau nel suo Contratto sociale, ma con significative differenze che Kant rimodula nel concetto di ‘contratto originario’: l’unione civile fra gli uomini deve essere preceduta da un patto di natura ideale. Ne discende che il Principe non è il sovrano assoluto, il summus imperans, bensì il loro legittimo rappresentante alle condizioni del contratto originario . In altre parole, laddove l’analisi di Rousseau parte dalla condizione dell’uomo di natura, quella di Kant muove dall’uomo civilizzato. Rispetto alla teoria di Rousseau (ma anche di Thomas Hobbes), la posizione kantiana si caratterizza per il tentativo di ricondurre l’universo politico alla sua intrinseca dimensione storica. Per Kant, il contratto originario è l’atto con cui il popolo si costituisce in uno Stato, ovvero la semplice idea di questo atto, che sola permette di comprenderne la legittimità. In base a questo contratto originario, tutti i membri del popolo depongono la loro libertà esterna, per riprenderla di nuovo subito come membri di un corpo comune, ossia come membri del popolo in quanto è uno Stato. La libertà del patto sociale è la libertà giuridica, intesa come obbedienza di ogni essere razionale alla legge accettata. Questo contratto sociale e originario ha dunque la funzione di fondere i due elementi del processo giuridico astratto (lo stato di natura e lo stato civile) e di condurre questo processo alla sua dimensione concreta. Con il contratto si attua il passaggio e l’uscita dallo stato di natura delle volontà individuali: da semplice esigenza astratta, com’è nello stato di natura, il diritto diventa qualcosa di attuale grazie al contratto sociale. Coerentemente con la sua impostazione speculativa generale, Kant giustifica la prospettiva politica dell’instaurazione di organismi atti a garantire la pace non tanto su ragioni di sicurezza interna o di pubblica utilità, quanto piuttosto su un comando razionale incondizionato, laddove il margine di operatività di tale norma non va misurata con la realizzabilità concreta del suo progetto filosofico-politico – che non a caso è stato spesso etichettato come ‘utopico’, bensì va valutato criticamente come indice di trasformazioe lenta ma costante della realtà sulla base di principi condivisi in quanto razionali . Sebbene in stretta connessione reciproca, diritto e politica non hanno per Kant la stessa funzione. La dottrina del diritto è una disciplina teoretica che è parte della morale, con cui condivide il carattere prescrittivo: essa si fonda, infatti, esclusivamente sul dovere, ossia sulla ragion pura a priori, e non considera le conseguenze fisiche di quanto prescritto. La politica è invece dottrina del diritto messa in pratica, che applica alla realtà concreta le prescrizioni giuridiche, ottemperando alle condizioni che presiedono a tale attuazione. Laddove il primo, in quanto teoria giuridica razionale, rimane sul piano della formalità e dell’universalità del fine, la seconda non può fare a meno di confrontarsi con i contenuti materiali e particolari senza i quali non può realizzarsi alcun ideale. Nelle sue opere politiche, Kant non descrive gli ordinamenti esistenti, ma un sistema giuridico ideale, conforme ai principi della ragione. Tuttavia, questo sistema non è tanto un semplice sogno della ragione, un’utopia irrealizzabile, quanto, piuttosto, uno strumento per giudicare e migliorare le istituzioni politiche esistenti. La quarta ed ultima sezione del lavoro rifletterà sull’attualità del progetto kantiano, sul lascito della sua politica, sulla realizzabilità del suo disegno. Questa serie di valutazioni sarà condotta sulla base delle analisi di storici come Edward Carr, che ha criticato gli idealisti liberali e ha aderito alla corrente realista, di cui ha individuato l’antesignano in Niccolò Machiavelli. Il lavoro trae spunti da un’ampia serie di contributi che la storiografia italiana ha dedicato negli ultimi decenni ai concetti principali della filosofia politica kantiana, e in particolare da tre importanti opere scritte rispettivamente da Filippo Gonnelli, Massimo Mori e Romina Perni. Il primo ha realizzato un’esposizione organica di tutti gli elementi fondamentali della dottrina politica di Kant, dalle concezioni morali ai fondamenti teorici della libertà politica, dall’articolazione giuridico-istituzionale dello Stato alla concezione della storia . Il secondo ha ricostruito la posizione di Kant inserendola nel contesto della sua opera, con particolare riguardo alla filosofia del diritto, della politica e della storia, facendo emergere dal confronto con altri autori un modello di federalismo cosmopolitico che può rappresentare ancora oggi un punto di riferimento essenziale per la teoria delle relazioni internazionali . La terza, infine, ha offerto un’interessante analisi del cosmopolitismo kantiano, a partire dal diritto cosmopolitico fino alla considerazione della natura e della storia in prospettiva cosmopolitica .

 

27 aprile 2015

École de Guerre Économique - Japan University of Economics Una panoramica sulla Cina(a cura di Gagliano Giuseppe)

Per la prima in Italia presentiamo una ampia sintesi del Rapporto China: a bird’s-eye view frutto di una collaborazione della durata di un anno tra la École de Guerre Économique di Parigi e la Japan University of Economics di Tokyo. Grazie ai criteri di analisi proposti dagli autori francesi e alla rinomata conoscenza giapponese del tema, è stato possibile realizzare una ricerca sulle strategie adottate dalla Cina per divenire una potenza geopolitica, economica e militare, raccogliendo i contributi di diversi esperti sulla materia secondo nuclei tematici portanti: problemi legati allo sviluppo economico rispetto all’Ancient Regime; il contesto geopolitico; il soft power cinese; questioni geo-economiche; sfide tecnologiche; il bilanciamento competitivo della forza.

 

12 aprile 2015

Gagliano Giuseppe Saggi sul realismo politico,Cestudec,2015

Il volume raccoglie quattro saggi sul realismo poli-tico dedicati a studiosi italiani e stranieri che si sono posti, al contempo, il problema di definirne la prospettiva filosofica, ricostruirne la genealogia, elaborare un quadro teorico di riferimento per spiegare i fenomeni politici del passato e problematizzare le sfide dei regimi democratici. La trattazione delle opere più significative di Pier Paolo Portinaro, Angelo Panebianco, Ekkehart Krip-pendorff e John J. Mearsheimer ben illustra la rilevanza del realismo politico nella cultura politica del mondo occidentale, dagli arbori delle civiltà antiche sino a quelle contemporanee. La presenza di due studiosi italiani, poi, intende rendere merito al contributo che la cultura politica del nostro Paese ha dato alla tradizione realista, da Machiavelli e Guicciardini ai teorici delle élites, sino alla rilettura “de-antropolizzata” compiuta dal realismo metodologico, che interpreta le fattispecie sulla scorta di un framework teorico, realizza analisi comparative, for¬mula previsioni sugli eventi ed elabora delle massime per l’azione politica.Ciò detto, il primo merito di questi Autori è quello di aver sottolineato che il realismo politico è un’etichetta che identifica orientamenti di pensiero differenziati e, spesso, contrastanti. Ciò che li acco-muna è, anzitutto, il riferimento al¬la realtà empirica della natura umana e sociale in opposizione alle trasfigurazioni etiche e morali. In particolare, il realismo afferma la tesi che la politica è un ambito autonomo che deve essere descritto e spiegato attraverso l’esperienza fattuale e la comparazione storica, indi¬pendentemente dai desideri personali, dalle aspettative normative e dai valori culturali, volta per volta, dominanti. Questi sono rilevanti ma anch’essi sul piano fattuale. In secondo luogo, l’idea che la politica sia una lotta che ha come fine la conquista e il mantenimento del potere. Alla concezione conflittualistica del mondo sociale si accompagna una concezione strategica del governo e una prasseologia che ricorre a particolari tecniche per raggiungere il fine del successo nella sfida della conservazione. Ad ogni livello, individuali e collettivo, la posta in gioco sono la sopravvivenza e il dominio in un ambiente ostile: la realtà è qualcosa di minaccio¬so e gli sforzi dell’attività umana e sociale sono indirizzati a contrastarne le minacce. Tutti gli studiosi realisti, in terzo luogo, condividono la centralità delle organizzazioni statuali nella scena interna e internazionale e la condizione strutturale di competizione tra di loro, all’“ombra della guerra, senza autorità superiori. In quarto luogo, il realismo finisce per porsi ex parte principi piuttosto che ex parte populi, nella misura in cui ai primi sono affidate la sicurezza, l’ordine e il governo. Vi è un realismo radicale che afferma puramente il “diritto” del più forte e un realismo più moderato che legittima quel potere fattuale per il fine di quei valori capitali. A favore di quest’ultimo si schierano gli studiosi che, proponendo dei “cor¬rettivi tecnocratici”, non mirano a sovvertire la logica delle istituzioni democratiche ma a contrastare i pericoli della corruzione e del dilettantismo. Dopo aver attratto, soprattutto, i teorici e politici più “cinici”, che ne hanno impiegato le categorie analitiche come uno strumento duttile per la difesa del potere costituito, difendendolo con ogni mez¬zo lecito e illecito – ragion di stato, forza, frode, violenza, corruzione –, negli ultimi decenni si è prodotto un nuovo clima favorevole al realismo politico, anche a causa di problemi vecchi e nuovi nella realizzazione della pace e nella costruzione di ordinamenti internazionali, con il conseguente discredito delle ideologie pacifiste e cosmopolite, e per le difficoltà nell’istituzionalizzare a livello universale e in modo sostanziale i diritti civili, politici, sociali e culturali. Il contributo degli Autori qui esaminati è significa-tivo non solo sul piano teorico ma per le considerazioni più attuali sulle sfide che si impongono agli Stati democratici tanto nella politica interna quanto in quella internazionale. Portinaro affronta il tema della governo della tran-sizione planetaria dopo la fine della guerra fredda, proponendo un’agenda di problemi, che con la scom-parsa del “Secondo mondo”, vede il “Pri¬mo” nella posizione non invidiabile di governare un «pia-neta di naufraghi» in cui si profilano nuove sfide: la globalizzazione economica, i revival nazionalistici, i deficit democratici, i fondamentalismi religiosi, l’integrazione culturale, le asimmetrie tra Nord e Sud del mondo, la frontiera bio-tecnologica, la crisi ecologica e la crescita demografica. Dal punto di vista del realismo politico, è fondamentale chiarire che cosa si può fare e non si può fare nella politica sovranazionale, anche quando appaia desiderabile; tanto più che la crisi strutturale delle Nazioni Unite ha posto di fronte alla necessità di nuove forme e strumenti di integrazione, lontani dalla “retorica del federalismo” e consapevoli che la diffe¬renziazione a livello planetario, infatti, offre elementi empirici che get-tano luce sulle «frontiere difficilmente valicabili del processo di demo¬cratizzazione, oltre le quali è illusorio ipotizzare il sal¬to di qualità taumaturgico della democrazia interna¬zionale. Il saggio di Panebianco è particolarmente interessante per il tentativo di dimostrare che la democrazia agisce sulla scena internazionale in modo differente rispetto ai regimi autoritari, promuovendo relazioni più pacifiche e solidali. Ma anche per lo sforzo di distinguere tra tipi di democrazie, esaminandone i particolari cleavages, le specifiche culture politiche, il peculiare posizionamento nel sistema internazionale, altri elementi strutturali e altri più contingenti: un quadro di riferimento teorico con cui l’Autore prova a ricostruire comparativamente la politica estera di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia durante il secondo ’900. In conclusione, Panebianco non si sottraeva al compito di prefigurare le sfide che le democrazie avrebbero dovuto affrontare nel nuovo scenario post Guerra fredda, in una situazione resa ancor più complessa dalle aperture economiche, sociali e culturali della globalizzazione, la crisi – “vera o presunta” – degli Stati nazionali, il costituire di global players continentali, tra cui l’Unione Europea e lo stallo che blocca l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel fare in conti con queste sfide, Panebianco esaminava, in particolare, la natura dei processi di democratizzazione del post 1989, i cambiamenti nel sistema internazionale e suoi effetti sul futuro delle democrazie, considerando, infine, come le trasformazioni di quest’ultime producano degli “effetti di ritorno” sulla politica internazionale. La rilettura degli scritti di Ekkehart Krippendorff e di John J. Mearsheimer consente, infine, con la ric-chezza di documenti e di dati storici presentati, di approfondire in maniera particolareggiata i problemi nelle relazioni internazionali e nelle politiche nazionali della sicurezza e come i sistemi difensivi condizionino la capacità di progettare e gover-nare il futuro dei sistemi democratici. Nella riflessione viene introdotto, quindi, un fattore che è costitutivo della formazione degli Stati: l’apparato militare. Ad esso facciamo riferimento sia per l’esercizio del monopolio legittimo della violenza sia per la condotta di guerra. Diversi sono, peraltro, tra i due Autori, i presupposti realistici che muovono l’interpretazione della logica di potenza: per il realismo offensivo di Mearsheimer è il deterrente unico che rende possibile la pace e la stabilità tra gli Stati – anche la guerra diviene uno strumento di pacificazione; Krippendorff, al contrario, invita a prender coscienza dei meccanismi insensati della ragion di Stato e dei crimini che la logica di potenza ha fatto a compiere alle élite. A conclusione, riflettere in un’ottica comparata su di un fautore del realismo offensivo e un classico del pensiero pacifista, crediamo che ben problematizzi un volume che si è posto il tema dell’approccio realista alla politica internazionale e di come questa sia cambiata nel corso del ’900.

 
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