3 febbraio 2026
DGSE contro Gruppo Wagner La caccia, l’ossessione legale e la guerra dell’informazione
DGSE contro Gruppo Wagner La caccia, l’ossessione legale e la guerra dell’informazione Quando nel 2018 Repubblica Centrafricana vide arrivare i primi uomini di Wagner, a Parigi non lo lessero come una normale storia di “contractor” che si vendono al miglior offerente. Lo interpretarono come un segnale: Mosca stava riaprendo un fronte africano con un attore ibrido, utile proprio perché ambiguo. Una rete paramilitare in grado di presentarsi come impresa privata, ma capace di agire – nei fatti – come copertura operativa delle forze russe nei teatri che contavano per il Cremlino, dalla Siria fino all’Ucraina, e ora con un’espansione aggressiva nel continente africano. Dentro l’Eliseo, la questione venne individuata come prioritaria e discussa ai livelli più alti, anche in sede di Consiglio di Difesa. Eppure, nonostante il timbro di “priorità”, il dossier rimase sospeso, in una zona grigia: senza un indirizzo politico davvero netto. Non per distrazione, ma per frizione interna. Al Ministero delle Forze Armate, intanto, il caso si impantanò in dibattiti interminabili che sembravano teorici e invece erano il cuore della faccenda: che cosa era Wagner, esattamente? Un’estensione delle forze armate russe o un soggetto privato? La domanda, più che strategica, era legale. Perché condurre operazioni contro interessi riconducibili in modo diretto a uno Stato – la Russia – poneva, nella lettura di molti, meno problemi giuridici rispetto all’ipotesi di colpire attività che potessero essere qualificate come “private”. All’epoca, il servizio russo che faceva da ombra lunga, il GRU, non era considerato “onnisciente” come lo sarebbe parso negli anni successivi. E dunque quella classificazione serviva anche a tutelarsi: non era solo un’etichetta, era un paracadute. Il timore di “affrontare la Russia” e la lentezza mentale della “Casa Russia” In ogni caso, affrontare la Russia fece paura. E la paura non era un dettaglio psicologico: diventò un fattore operativo. Un alto dirigente del servizio arrivò ad ammetterlo, quasi con stupore, in una riunione interna: era “ancora una questione importante”, disse, con una confessione che suonava più ampia del tema Wagner. Nel gruppo che, dentro l’intelligence francese, lavorava storicamente sui dossier russi – la cosiddetta “Casa della Russia” – si era più abituati ai tempi lunghi, alle operazioni che maturano lentamente, e perfino a una forma di cooperazione con i servizi russi. Il confronto diretto, l’idea di uno scontro frontale, non “accendeva” davvero quegli ambienti: li metteva in allarme, ma li motivava solo moderatamente. Qui entra in gioco il contesto politico. Nel 2019, all’Eliseo la priorità restò tenere aperti i canali di comunicazione con Mosca. Era la stagione della distensione: una strategia di apertura verso il Cremlino che chiedeva prudenza, non escalation. In quel clima, Wagner diventava una minaccia concreta sul terreno africano, ma anche una mina diplomatica: reagire con troppa forza significava rischiare di bruciare la linea di dialogo. La cellula “Wagner Africa”: nascita discreta, crescita rapida Fu così che, nella massima segretezza, il settore africano del servizio mise in piedi una cellula dedicata a Wagner nel continente. All’inizio fu un nucleo minuscolo, tre o quattro persone. Poi crebbe rapidamente, superando le venti unità. Non fu una crescita casuale: rispondeva alla natura del problema. La cellula venne costruita come un organismo misto: specialisti dell’Africa e delle sue reti politiche; funzionari con fonti sul campo; analisti di lingua russa; e soprattutto esperti di intelligence da fonti aperte, cioè la capacità di raccogliere informazioni disponibili online e interpretarle con metodo. Il primo compito fu banale solo in apparenza: raccogliere tutto ciò che esisteva su Wagner. La sorpresa: Wagner “esisteva” anche online, e parlava troppo Perché, contrariamente a un luogo comune duro a morire, Wagner non era un fantasma. Aveva una presenza digitale significativa. Molti suoi membri condividevano informazioni sui social: parlavano di incarichi, lasciavano tracce di gerarchie, mostravan pezzi di equipaggiamento, raccontavano spostamenti e ambienti. Non era un’ingenuità individuale: era un effetto collaterale di un mondo in cui anche l’illegalità vive di rappresentazione. Con il tempo e con budget dedicati, quella raccolta divenne una ricostruzione: struttura dell’organizzazione, sedi, metodi operativi. E qui arrivò il dettaglio più rivelatore, quasi una stoccata interna: un testimone confessò che tutto quel lavoro era stato fatto senza alcuna fonte infiltrata, almeno in quella fase. E lo disse quasi con amarezza, perché i superiori – ricevendo i rapporti – si erano abituati a credere il contrario. Per le generazioni più anziane del servizio, l’intelligence “umana” restava più prestigiosa di quella “da fonti aperte”. Ma la realtà era sotto gli occhi: incrociando dati online con altre risorse statali – immagini satellitari, video ripresi da droni – la piccola cellula iniziò a produrre risultati impressionanti. Quel patrimonio, col senno di poi, diventò una miniera d’oro quando Mosca invase l’Ucraina nel febbraio 2022 e Wagner si trasformò definitivamente, agli occhi occidentali, da strumento ambiguo a avversario dichiarato. Dal dossier alla contromossa: sventare le manovre e inchiodare la propaganda Con quel vantaggio informativo, la DGSE riuscì a identificare rapidamente le aree operative successive del gruppo in Africa e a riconoscere le sue tattiche più insidiose, lavorando in coordinamento con le forze armate. Un episodio divenne esemplare. Nell’aprile 2022, undici uomini di Wagner, travestiti da soldati, cercarono di far credere alla popolazione che la Francia avesse commesso un massacro nei pressi della base di Gossi, in Mali. La risposta fu rapida e chirurgica: l’esercito francese diffuse un video che mostrava i mercenari russi mentre costruivano una fossa comune, allo scopo di spezzare sul nascere l’operazione di sabotaggio informativo. A quel punto non si trattò più solo di “sapere”. Si trattò di usare ciò che si sapeva. La svolta culturale: dall’intelligence alla guerra dell’informazione Wagner, infatti, non operava solo sul campo. Operava nell’ecosistema dell’informazione. Reclutava mercenari, sì, ma sosteneva anche reti di manipolazione: pagava provocatori digitali per diffondere narrazioni filorusse e antifrancesi al pubblico africano. La cellula francese dovette adattarsi. Un funzionario lo riassunse con una frase che sembrava un vanto amministrativo ma era una diagnosi: il “vantaggio assoluto” della DGSE, di fronte a una minaccia in evoluzione, era la capacità di cambiare più in fretta dell’amministrazione. E per stare al passo con un avversario che mutava pelle, anche la cellula Wagner cambiò missione: non si limitò più a raccogliere informazioni, cominciò a diffondere selettivamente scoperte e prove, cercando di smentire le narrazioni avversarie e di mettere in difficoltà la macchina propagandistica russa. Da lì nacquero conseguenze concrete: alcuni media investigativi locali migliorarono improvvisamente la qualità delle indagini; documentari ricevettero supporto; comparvero molti profili social che rilanciavano contenuti e ricostruzioni, alcuni con seguito significativo. In sostanza: il servizio non faceva più soltanto rapporto al potere politico. Entrava, con cautela, nello spazio pubblico. Il cambio di clima: giornalisti e servizi, una “frattura” che si richiuse Questa mutazione avvenne in un paesaggio mediatico già trasformato dalla guerra in Ucraina. E qui il testo originale raccontava un dettaglio interessante: gli stessi operatori rimasero sorpresi dalla benevolenza di molti giornalisti occidentali nei confronti delle scoperte. Li contattavano, chiedevano più informazioni, coordinavano inchieste, pubblicavano articoli. Gli scandali che avevano incrinato il rapporto tra giornalismo e intelligence – il caso WikiLeaks e quello di Edward Snowden – sembravano improvvisamente lontani. Per molti giornalisti schierati contro le ambizioni russe, poco importava che le informazioni provenissero dal servizio o dalle forze francesi: venivano considerate strumenti della stessa lotta. Per la DGSE, fu una rivoluzione mentale. E come tutte le rivoluzioni, incontrò resistenze. “Il nostro Dna era il segreto”: il trauma interno e la gestione delle fonti Dentro il servizio, qualcuno ricordò la regola non scritta imparata all’inizio della carriera: raccogliere informazioni, conservarle per la Francia, farlo nel modo più discreto possibile. E invece, all’improvviso, ci si ritrovò a diventare operatori di influenza. Questa svolta non era solo una questione di comunicazione. Era una questione di fonti. Per decenni, le tecniche erano state costruite per avvicinare una fonte o un obiettivo e ottenere informazioni. Ora la logica si capovolgeva: bisognava avvicinarli per diffondere informazioni. Per i veterani, era quasi innaturale. Come se si stesse tradendo il mestiere. La “negazione credibile” andò in frantumi I più preoccupati aggiungevano un rischio pratico: se iniziavano a “uscire” troppe informazioni, i russi se ne sarebbero accorti. Sarebbe diventato più difficile mantenere la compartimentazione interna e, in breve, si sarebbe finiti “agganciati”. Nel linguaggio dell’intelligence, questo è il problema della negazione credibile: la possibilità, dopo un’operazione, di dire “non siamo stati noi”. Gli altri replicavano che il mondo era cambiato. Nelle guerre d’influenza, la negazione aveva perso parte del suo potere. Wagner non si preoccupava di essere identificato. Russia Today non ha mai nascosto i propri finanziamenti pubblici. Nell’ambiente mediatico contemporaneo, l’idea che una narrazione sia sponsorizzata dallo Stato non sorprende più nessuno. E se si cercava un esempio speculare, bastava citare Voice of America: anche lì l’identità è dichiarata, quasi nel nome. I critici, raccontava il testo, tacquero di fronte ai risultati. E quella pratica venne replicata in altri casi. Giugno 2023: la rivolta “vista da vicino” e l’allerta all’Eliseo Quando a metà giugno 2023 Wagner, di stanza in Ucraina, finì al centro di voci di ammutinamento, la DGSE si occupò del caso e avvertì rapidamente l’Palazzo dell'Eliseo, che accolse con favore la notizia. Non fu l’unica struttura ad annusare l’aria. Il testo citava due attori che già lavoravano da settimane su indizi convergenti: Intelligence Online e il Dossier Center, finanziato dall’oligarca in esilio Mikhail Khodorkovsky. Il 23 giugno, quando Yevgeny Prigozhin diede inizio all’ammutinamento, la DGSE seguì la rivolta passo dopo passo, quasi dall’interno. La sequenza, così come veniva ricostruita, aveva un ritmo da cronaca militare: il gruppo lanciò una colonna di truppe verso il Cremlino; Vladimir Putin condannò il tradimento in un discorso televisivo il 24 giugno; quella sera Prigozhin ordinò ai suoi di rientrare nelle caserme. Poi arrivò l’epilogo: l’uomo d’affari morì nell’incidente aereo che lo trasportava insieme ad altri dirigenti, esattamente due mesi dopo l’inizio della rivolta fallita. La maggior parte degli osservatori vi vide un segno di vendetta del Cremlino. Il paradosso finale: la rivolta prevista, e il colpo di Stato che non arrivò Quella “scoperta tempestiva” consentì alla DGSE di vantarsi sulla stampa di aver previsto la rivolta. Un vanto costruito sul lavoro di una cellula che, al momento della sua creazione, aveva attirato poca attenzione. E qui il testo originale chiudeva con una coincidenza crudele: l’articolo che riportava le congratulazioni presidenziali per l’azione del servizio contro Wagner in Africa uscì nelle prime ore del mattino del 26 luglio. Lo stesso giorno, un colpo di Stato colse di sorpresa Parigi in Niger. Una specie di schiaffo narrativo: la macchina aveva mostrato di saper vedere lontano su Wagner, ma restava vulnerabile agli shock politici africani. Come a dire che, in quel continente, l’informazione e l’influenza contavano moltissimo, ma non bastavano a sostituire una strategia politica stabile.
